Il detective perfetto non esiste: perché i difetti rendono credibile un investigatore
Nei thriller investigativi siamo abituati a incontrare menti brillanti, osservatori instancabili e professionisti capaci di individuare dettagli che agli altri sfuggono.
Ma se un detective fosse davvero perfetto, sarebbe altrettanto interessante?
Probabilmente no.
Un investigatore che comprende immediatamente ogni indizio, non commette mai errori e mantiene sempre il controllo rischierebbe di diventare prevedibile. La sua capacità di risolvere il caso potrebbe impressionare il lettore, ma difficilmente riuscirebbe a creare con lui un vero legame.
Perché prima di essere un investigatore, un protagonista deve essere una persona.
L'umanità prima di tutto
Un detective affronta situazioni estreme: omicidi, violenza, inganni, sofferenza e ingiustizie.
È difficile immaginare che tutto questo possa lasciarlo completamente indifferente.
Mostrare emozioni, avere paura, dubitare delle proprie capacità o sentirsi inadeguato non rende un investigatore più debole. Al contrario, lo rende credibile.
Il lettore deve poter riconoscere qualcosa di umano dietro il distintivo.
Ed è proprio questa umanità a trasformare un personaggio da semplice protagonista di un'indagine a qualcuno di cui vogliamo conoscere il destino.
I difetti creano conflitto
I difetti di un personaggio non servono soltanto a renderlo più realistico. Possono diventare parte integrante della storia.
Un temperamento impulsivo può portare a decisioni affrettate.
Un passato irrisolto può condizionare il presente.
L'ostinazione può impedire di riconoscere una pista sbagliata.
L'eccessiva fiducia in qualcuno può trasformarsi in un errore dalle conseguenze imprevedibili.
Sono proprio queste imperfezioni a creare conflitto. E il conflitto è uno degli elementi che alimentano la tensione di un thriller.
Sbagliare significa affrontarne le conseguenze
Un investigatore credibile deve poter commettere errori.
Ma soprattutto deve affrontarne le conseguenze.
Una decisione sbagliata può far perdere tempo prezioso, mettere qualcuno in pericolo o condurre l'indagine nella direzione sbagliata.
Quando questo accade, il lettore non osserva soltanto le conseguenze sul caso. Osserva anche quelle sul protagonista.
Il senso di colpa, il dubbio e la necessità di rimediare possono diventare potenti motori narrativi.
A volte è proprio attraverso un errore che scopriamo chi è realmente un personaggio.
Il passato lascia sempre qualche traccia
Ogni investigatore arriva sulla scena del crimine portando con sé qualcosa.
Esperienze precedenti, rapporti personali, successi, fallimenti e ferite che possono influenzare il modo in cui affronta una nuova indagine.
Non è necessario raccontare immediatamente tutto al lettore.
Anzi, spesso è più interessante lasciare emergere il passato poco alla volta, attraverso comportamenti, reazioni e decisioni.
In questo modo il protagonista viene scoperto con la stessa gradualità con cui vengono scoperti gli elementi dell'indagine.
Un protagonista deve poter cambiare
Se alla fine di un'indagine il detective è esattamente la stessa persona che era all'inizio, probabilmente qualcosa è mancato.
Ogni caso dovrebbe lasciare una traccia.
Non necessariamente un cambiamento radicale. A volte basta una nuova consapevolezza, una paura superata o, al contrario, una nuova ferita con cui imparare a convivere.
È questa evoluzione a rendere particolarmente interessanti i protagonisti destinati ad accompagnare il lettore attraverso più romanzi.
Ogni nuova storia non porta avanti soltanto le indagini.
Porta avanti anche il personaggio.
Isabel Wilson e Alan Park: due investigatori, due personalità
Anche nei miei romanzi ho cercato di costruire investigatori che non fossero infallibili.
Isabel Wilson e Alan Park sono molto diversi tra loro, appartengono a universi investigativi differenti e affrontano i casi secondo personalità e metodi propri.
Ma condividono una caratteristica fondamentale: sono persone prima ancora che detective.
Hanno convinzioni, debolezze, ferite e limiti.
Le indagini non rappresentano soltanto problemi da risolvere. Diventano situazioni capaci di metterli alla prova e, in alcuni casi, di costringerli a confrontarsi con loro stessi.
È proprio questa imperfezione che cerco di utilizzare per renderli credibili.
In conclusione
Il detective perfetto non esiste.
E, probabilmente, è meglio così.
Sono i dubbi, le paure, gli errori e le scelte difficili a rendere interessante un investigatore. Risolvere un mistero è importante, ma ciò che permette a un protagonista di rimanere nella memoria del lettore è il percorso che compie per arrivare alla verità.
Perché alla fine non ci affezioniamo ai supereroi.
Ci affezioniamo alle persone.
E un grande thriller non è fatto soltanto di misteri da risolvere, ma di persone che combattono i propri demoni mentre cercano quelli degli altri.






